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Word Press, dieci anni e 720 meetup in giro per il mondo.

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Da Il Fatto Quotidiano del 28 maggio 2013

 

“”Word Press, dieci anni e 720 meetup in giro per il mondo

di | 28 maggio 2013

Word Press spegne dieci candeline ed il fondatore Matt Mullenweg scrive una lettera d’amore.

Stanco dell’ingessatura di b2/cafelog, il software più utilizzato all’epoca, lo studente collaboratore di Cnet, decise, con il programmatore Mike Little, di creare una piattaforma blog open source.

L’idea di Mullenweg e di Little fu subito vincente, facendosi strada per flessibilità –  un’interfaccia agile e semplice – per la capacità di integrarsi con altre piattaforme e per l’enorme, crescente, numero di “temi” per la personalizzazione del design.

Da quel maggio 2003, tanta acqua è passata sotto i ponti. WordPress è diventato parte essenziale della Rete, tanto che oggi il suo sistema di gestione dei contenuti supporta il 20% del Web. Oltre 70 milioni di pagine made in WordPress, con clienti del calibro del New York Times, della Reuters, del Wall Street Journal, della Cnn e di TechCrunch. E anche ilfattoquotidiano.it!

Basti pensare che l’ultima versione disponibile, la 3.5, è stata scaricata 18 milioni di volte.

Felice della propria autonomia, WordPress continua per la sua strada senza dolersi dei matrimoni celebrati nel corso degli anni da altri colossi “rivali”: da quello tra Myspace e News Corp a quello tra Youtube e Google, passando per Instagram e Facebook, fino all’ultimo, recente e clamoroso, tra Tumblr e Yahoo.

Che la piattaforma goda di ottima salute lo testimonia, d’altronde, la raccolta di 50 milioni di dollari ottenuta da Automattic, la società che gestisce WordPress, grazie agli investimenti di importanti hedge fund e di private – equity.

Oggi Word Press si gode i 720 meetup in giro per il mondo che hanno dato vita ad un blog per ricordare, con foto, tweet e racconti, i primi dieci anni di vita della loro piattaforma preferita.””

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Webmaster siti web – Whatsapp, il virus che si impossessa dello smartphone e chiede un “riscatto”

da Il Fatto Quotidiano del  17 settembre 2015

“Whatsapp, il virus che si impossessa dello smartphone e chiede un “riscatto”

Whatsapp, il virus che si impossessa dello smartphone e chiede un “riscatto” webmaster siti web salerno

 
Il ransomware arriva tramite la chat e blocca il dispositivo impedendo l’accesso a foto e video. L’unico modo per non essere infettati? Evitare di aprire il file in allegato, eliminare la conversazione e bloccare il numero dal quale è arrivato il messaggio
“Congratulazioni, il tuo numero di telefono +39XXXXXXXXXX è stato selezionato casualmente come dispositivo mobile fortunato di oggi! Hai un (1) premio non reclamato. Reclama il tuo premio ora!”. Il messaggio arriva sugli smartphone degli utenti di Whatsapp, che ricevono l’avviso “Whatsapp ti ha aggiunto al gruppo Whatsapp”.Ma si tratta di un virus (ransomware) che si “impossessa” del dispositivo, che sia iOS o Android: lo blocca, impedendo l’accesso ai propri file multimediali e chiede un riscatto per “liberarlo”. L’unico modo per non essere infettati? Evitare di aprire il file in allegato, eliminare la chat e bloccare il numero dal quale è arrivato il messaggio.Vicino alla soglia del miliardo di utenti (il traguardo di 900 milioni è stato annunciato pochi giorni fa), il servizio di chat di Facebook è sempre più nel mirino degli hacker. La società di sicurezza Check Point ha rilevato nelle scorse settimane una pericolosa falla nella versione web che ha messo a rischio 200 milioni di utenti.Il “bug”, che è stato riparato, consentiva di distribuire virus, compresi i temuti “ransomware” quelli che prendono in “ostaggio” dispositivi e file e consentiva agli hacker di ingannare gli utenti inviando loro dei contatti per la rubrica telefonica – nel formato ‘vCard’, del tutto simili a quelli autentici – e che invece erano portatori di diversi tipi di virus. Tutto quello di cui l’hacker aveva bisogno era il numero di cellulare associato all’account da “infettare”.”

 

 

 

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E-commerce: si scrive 2015 si legge commercio elettronico

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Esperti di web marketing

 

Il 2015 inizia sotto una buona stella per le aziende italiane, il crollo del valore dell’euro rispetto al dollaro, che facilita le esportazioni, la repentina diminuzione del costo del petrolio, che diminuisce la spesa per lo spostamento delle merci. Tra tutti i settori che beneficeranno di questa contrazione, ce n’è uno che potrebbe ottenere i migliori vantaggi in termini di crescita e profittabilità; l’e-commerce.Nello specifico in Italia le vendite del 2014 sono cresciute del 17%, per un giro d’affari di più di 13 miliardi di euro, comprensivo non solo degli acquisti Italia su Italia ma anche degli ordini provenienti dall’estero sui siti italiani.E’ proprio su questo che i principali produttori dovranno essere bravi ad investire, in quanto siamo sicuri che il 2015 rappresenterà un anno importante nella crescita del commercio elettronico, e la diminuzione del costo del petrolio (con relativa diminuzione del costo di spedizione prodotto) e l’avvicinamento del dollaro all’euro potranno rappresentare un volano molto interessante.Il Made in Italy infatti è sempre stato contrassegnato dall’export e questa congiuntura economica potrebbe favorire ancora di più lo sviluppo di questo asset.Quali sono quindi le principali tendenze che ci aspettiamo nell’e-commerce per questo 2015?1. Nel 2014 le vendite via smartphone sono state il 9% del totale, per quasi 1,2 miliardi di valore. Ci aspettiamo una crescita al 15% nel 2015, sia per l’aumento generale della compatibilità degli store, sia per l’aumento della dimensione media degli schermi (in primis con l’uscita di Apple che tratteneva il mercato ai 4”).2. 70% prodotti e 30% servizi, queste le percentuali di vendita dell’e-commerce in Italia. Ecco perché ci aspettiamo una crescita importante nel settore, in quanto la vendita prodotti è direttamente influenzata da petrolio e dollaro.3. Nel settore retail complessivo, l’abbigliamento online pesa il 4% del totale. Ci aspettiamo che nel 2015 raggiunga almeno il 6%, confermando il trend di crescita dell’anno scorso.C’è inoltre da segnalare un ulteriore indicatore, passato inosservato ai più, che Google ha definito per consigliare i propri utenti nella navigazione di siti compatibili con il mobile.Le aziende italiane sono pronte ad essere ricettive in questo momento? I consumatori hanno dimostrato di esserlo, ora bisogna rimanere all’altezza delle aspettative con store semplici, efficaci e veloci. Gli indicatori macro economici sono favorevoli, ora tocca a NOI.

Nasce Par:AnoIA, wikileaks Anonymous.

Nasce Par:AnoIA, wikileaks Anonymous.

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DA IL FATTO QUOTIDIANO | 25 LUGLIO 2012

Formato dei dati accessibile.

“”A monte dello strappo con il sito di Assange ci sarebbe l’insofferenza dei ‘pirati’ nei confronti delle lungaggini a cui è sottoposta la pubblicazione dei dati sottratti su Internet. Sulla homepage tutti gli strumenti per consentire ai visitatori di sfruttare i materiali pubblicati

Nasce Par:AnoIA, wikileaks Anonymous. Formato dei dati accessibile

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wikileaks Anonymous

Il sodalizio tra il gruppo hacker di Anonymous e Wikileaks sembra essere arrivato al capolinea e gli hacktivist ora puntano tutto sul loro sito, “Par:AnoIA“. L’acronimo sta per Potentially Alarming Research: Anonymous Intelligence Agency, ovvero “Informazioni Potenzialmente allarmanti: Agenzia di Intelligence Anonima”. A creare tensioni tra gli attivisti e il sito creato da Julian Assange sono le diverse opinioni in merito ai metodi per trattare la diffusione dei leaks (fughe di notizie, ndr) sul web.

D’altra parte le filosofie che ispirano Wikileaks e Anonymous sono diverse fin dalle origini. In primo luogo perché i ragazzi di Assange hanno da sempre puntato sulla collaborazione di “talpe” interne a società e organizzazioni governative, mentre gli hacker recuperano il loro materiale attraverso la violazione di server e computer, pubblicando il materiale “grezzo” direttamente sui circuiti Torrent o su siti Internet. Ma anche lo stile nello “stare in campo” è ben differente: Anonymous può contare sulla clandestinità mentre Wikileaks, come dimostrato dalle vicende giudiziarie che hanno interessato il suo fondatore, è un bersaglio facile per le azioni giudiziarie. A monte dello strappo ci sarebbe l’insofferenza degli Anonymous nei confronti delle lungaggini a cui è sottoposta la pubblicazione dei dati sottratti su Internet. Da qui la decisione di affidarsi a Par:ANoIA. Il sito, inaugurato il marzo scorso, dovrebbe rappresentare il punto di accesso a tutti i dati “recuperati” dalla rete di Anonymous, che verranno pubblicati in un formato accessibile e di facile consultazione allo scopo di consentire una maggiore diffusione delle informazioni trafugate. Negli scorsi mesi, infatti, le imprese di Anonymous hanno trovato largo spazio nei media, ma il contenuto dei materiali pubblicati è stato quasi ignorato. Un membro di Anonymous ha spiegato il senso dell’operazione nel corso di una chat con un giornalista di Wired Usa: “Il motivo per cui le persone non si interessano alle informazioni pubblicate è che non sanno come utilizzarle. In pratica stiamo cercando di renderle accessibili a chiunque voglia farne qualcosa”.

Le pubblicazioni sul sito sono cominciate solo da pochi giorni e il materiale, per adesso, è ancora poco: un database delle email sottratte a HBGary, società di sicurezza informatica che collabora col governo statunitense, le trascrizioni della celebre intercettazione telefonica tra Fbi e polizia inglese per combattere il gruppo di pirati informatici e altro materiale, tra cui le attività di controllo sul web da parte del governo australiano e le tecniche di disinformazione applicate nei forum Internet. L’homepage, però, contiene tutti gli strumenti per consentire ai visitatori di sfruttare i materiali pubblicati, a partire da un motore di ricerca per parole chiave a un indirizzo email dedicato alla stampa, in cui viene fornita anche la chiave pubblica per crittografare i messaggi. Non manca, infine, un collegamento attraverso il quale è possibile fare donazioni per sostenere il progetto. La valuta adottata è il bitcoin, il denaro virtuale sempre più utilizzato per le compravendite online. Anche se tra Wikileaks e gli hacktivist non è ancora divorzio, dai botta e risposta comparsi su Twitter negli ultimi giorni è evidente che i rapporti sono per lo meno tesi. Il team di Wikileaks, in un tweet di metà luglio, ha accusato Anonymous di “dilettantismo”, puntando il dito contro l’utilizzo di alcuni strumenti di comunicazione che metterebbero a rischio l’anonimato di chi procura il materiale pubblicato. La comunità hacker, però, non chiude la porta alla collaborazione. “Wikileaks ci ha contattati e sarà interessante sentire cosa hanno da dire”.””

 

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Internet, movimento wireless libero per tutti.

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Da Il Fatto Quotidiano: di Elio Cogno | 6 novembre 2012

Internet, nasce il movimento per il wireless libero per tutti
L’Open Wireless Movement mira a creare una diversa concezione dell’accesso alla rete e si avvale della collaborazione di tecnici per studiare nuove tecnologie che permettano di condividere l’accesso pur mantenendo privacy e qualità del servizio. Non più password e connessioni private o condivise tra pochi prescelti

Si chiama Open Wireless Movement (https://openwireless.org) e, in pieno fermento elettorale statunitense, è un movimento che cerca di porsi esattamente al centro dei bisogni di una generazione che ha fatto della connessione a internet uno strumento necessario e indispensabile per la vita di tutti i giorni. In quest’ottica, il movimento appoggiato dalla EFF (Electronic Frontiers Foundation) e da numerose altre associazioni di settore, mira ad un futuro in cui la connessione wireless sarà aperta e onnipresente. Non più password e connessioni private o condivise tra pochi prescelti, ma una situazione in cui in caso di necessità si possa sempre trovare una connessione wireless aperta e gratuita. Un’idea che era già nell’aria da tempo per i tecnici della EFF che più di un anno fa sul loro sito avevano già dibattuto in un articolo sul “Perché abbiamo bisogno di un Open Wireless Movement?”. “Storie come quelle in cui la polizia abbatte la porta di un uomo innocente, colpevole di aver lasciato la sua rete aperta, così come le paure per una rete lenta o per la privacy online, stanno convincendo molte persone a bloccare l’accesso ai loro wifi con una password– è il commento di Peter Eckersley di EFF -. La graduale scomparsa di reti wireless aperte è una tragedia dal punto di vista del bene pubblico, per colpa di un dibattito impreciso legato alla privacy e alla sicurezza. Parte del compito dell’Open Wireless Movement sarà quello di ricordare agli utenti che aprire il loro wifi è un atto di responsabilità sociale e spiegare loro che le persone che lo fanno, potranno godere delle stesse protezioni legali che ci sono per un qualsiasi accesso a internet offerto dai provider privati”.

Il movimento, seppur appoggiato da una fondazione, è del tutto libero da ogni condizionamento di tipo politico ed economico e si avvale dell’aiuto di tecnici, avvocati e aziende. Per poter funzionare al meglio infatti è necessario apportare alcune migliorie alle attuali connessioni a internet, sia dal punto di vista della mentalità con cui viene visto l’accesso ai servizi della rete, sia dal punto di vista tecnico. “Il Movimento Open Wireless – spiegano i promotori – immagina un mondo dove le persone possano avere facile accesso a reti aperte per le connessioni a internet, un mondo in cui si possa condividere la connessione privata pur mantenendo la qualità e la sicurezza. Gran parte di questa “visione” è possibile fin da ora. Già oggi molte persone hanno router con la capacità di ospitare alcuni utenti. Ma per rendere ancora più facile la condivisione, stiamo lavorando con una squadra di ingegneri volontari per costruire tecnologie che permettano agli abbonati internet di condividere la loro connessione pur preservando sicurezza, privacy e qualità del loro servizio”.

Secondo i promotori il movimento, se esteso e utilizzato in modo massiccio, potrebbe portare ad una veloce ingegnerizzazione di numerosi servizi che utilizzerebbero la rete nel migliore dei modi, potendo avere la certezza di una connessione veloce e stabile. Così come non si sarebbe chiesto il permesso alle compagnie telefoniche per usufruire dei loro servizi se fosse esistito un movimento del genere già in precedenza, liberando così frequenze radio e abbattendo l’inquinamento elettromagnetico. Allo stesso tempo le paure legate alla sicurezza e alla privacy verrebbero letteralmente spazzate via: “L’utilizzo di più indirizzi IP – commentano -, spostandosi da una rete wireless ad un’ altra, può rendere più difficile per gli inserzionisti e le aziende di marketing, tener traccia di voi senza sfruttare i cookies. Allo stesso modo anche gli attivisti possono proteggere al meglio le loro comunicazioni anonime utilizzando un wireless aperto”. Rimangono i dubbi, a questo punto, su quanti abbonamenti a pagamento continueranno ad esistere se le connessioni saranno così facilmente accessibili e gratuite. Una diffusione che, alla lunga, potrebbe portare ad una prepotente diminuzione delle reti disponibili.

“Ogni volta che mi trovo a parlare o a scrivere sulla mia configurazione di sicurezza – ha commentato Bruce Schneier, saggista e crittografo esperto in sicurezza informatica – l’unica cosa che sorprende la gente ed è oggetto di un gran numero di critiche, è il fatto che utilizzo una rete wireless casalinga aperta. Non c’è nessuna password. Nessuna codifica. Chiunque con un servizio wireless può vedere la mia rete e può utilizzarla per accedere a internet. Per me è parte di una buona educazione di base. Fornire l’accesso a internet per gli ospiti è un po’ come per il riscaldamento e l’energia elettrica, o una tazza di thé caldo”.

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Europa, sì a ‘emendamento Wikileaks’: transazioni online senza censura

Wikileaks

di | 25 novembre 2012 – Il Fatto Quotidiano

Paypal, Visa e Mastecard avevano bloccato i finanziamenti al sito nel 2010, dopo la pubblicazione di documenti sul governo Usa. Ora sarà l’Unione Europea, grazie alla norma proposta dal Partito Pirata, a dovere definire in quali casi sarà possibile rifiutare i pagamenti.

“Non riusciranno ad imporci il silenzio. La censura economica è comunque censura. E’ sbagliata, soprattutto perché avviene al di fuori della legge”. Aveva tuonato così Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, alla luce della sentenza che lo decretava vincitore nei confronti di Visa, MasterCard, PayPal e i principali circuiti di pagamento, che avevano sospeso i finanziamenti al sito a dicembre 2010 dopo la pubblicazione di migliaia di documenti che riguardavano il Dipartimento di Stato Usa. A distanza di qualche mese anche il Parlamento Europeo ha in qualche modo rinforzato la posizione del giudice di Reykjavík grazie all’approvazione all’unanimità di un emendamento proposto da Christian Engström del Partito Pirata svedese.

La discussione ha coinvolto numerosi europarlamentari, tutti d’accordo sulla necessità di normare e definire alcuni aspetti legati ai pagamenti online attraverso le carte di credito. In quell’occasione Wikileaks si vide bloccare le donazioni attraverso le carte di credito a distanza di poche ore dalla pubblicazione di oltre 250mila cablo diplomatici del governo statunitense. Insomma, un vero “Cablegate”, come venne definito dalla stampa di tutto il mondo, una situazione sicuramente scomoda a molti al punto che i principali circuiti di pagamento decisero per il blocco delle transazioni. Per gli esponenti di Wikileaks il caso venne subito additato come forma di censura, di sottomissione al governo degli Stati Uniti, ma furono in molti a intravedere invece l’enorme potere che un’azione del genere lascia nelle mani delle società di credito. Un aspetto colto e approfondito proprio dal Partito Pirata che ha portato all’approvazione unanime quello che è già stato ridefinito “l’emendamento Wikileaks”.

“Il fatto che i principali intermediari di pagamento che dominano il mercato possano bloccare a loro discrezione imprese e organizzazioni, è un problema che deve essere affrontato – spiega Engström -. È necessario stabilire regole oggettive che definiscano quando il blocco può avere luogo”. Secondo l’europarlamentare “non è ragionevole – ha sottolineato – che queste società possano decidere autonomamente che piccole aziende svedesi non possano acquistare film horror o sex-toys, bloccando così le transazioni online per via di una qualche forma di moralismo”. Proprio come nel precedente con Wikileaks, in cui “non c’era alcun fondamento giuridico, ma piuttosto il tutto deve essere visto come un aiuto delle tre società al governo degli Stati Uniti, con l’intento di mettere a tacere una voce scomoda. Non è accettabile che imprese private abbiano il potere di agire sulla libertà di parola”. L’emendamento ha così chiesto all’Unione Europea di definire in quali casi sarà possibile rifiutare i pagamenti, con la consapevolezza che nel prossimo futuro saranno sempre di più le società che si affideranno alle transazioni bancarie online. Il provvedimento è stato adottato sia dalla Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori, sia dal Parlamento Europea in seduta plenaria.

Nel dibatto proposto dal Partito Pirata è intervenuto anche l’europarlamentare italiano Sergio Cofferati, che ha commentato: “Il provvedimento del quale stiamo parlando è molto importante ed è altrettanto importante che si sia concentrato sui punti che riguardano la privacy, la sicurezza nei pagamenti e le attività d’informazione per poter avere anche da parte degli utenti le necessarie certezze. Vorrei però insistere su un punto specifico che è quello delle commissioni interbancarie, soprattutto quelle multilaterali. Oggi esistono differenze molto rilevanti tra paese e paese, e in qualche caso addirittura, questi valori sono particolarmente elevati. Questo comporta un primo effetto: la penalizzazione degli utenti e dunque dei consumatori, ma diventa anche un oggettivo impedimento allo sviluppo del mercato. Per questa ragione, io credo sia molto importante auspicare subito ad un’armonizzazione di queste commissioni e poi progressivamente il loro superamento”. Inoltre, conclude Engström, “abbiamo bisogno di più soggetti e più concorrenza nel mercato dei pagamenti. Ma noi politici abbiamo difficoltà nell’influenzare il mercato. Tuttavia – puntualizza – siamo in grado di impostare le regole in modo che i soggetti che dominano le transazioni oggi, non siano in grado di limitare né la libertà di commercio, né la libertà d’espressione a loro esclusiva discrezione”.

 Wikileaks

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Windows 8 non convince: negli Usa e in Europa crollano le vendite dei pc.

Il 2012 sarà il primo anno dal 2001 in cui si assisterà alla contrazione del mercato dei personal computer, in calo del 21% negli Stati Uniti. A perdere fette di mercato sono stati i notebook, nonostante il crescente numero di novità degli ultimi mesi

Windows 8 non convince: negli Usa e in Europa crollano le vendite dei pc

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Vuoi la crisi economica, vuoi l’interfaccia rivoluzionaria ma Windows 8 non convince i mercati. Almeno rispetto alle previsioni degli analisti alla vigilia del lancio a fine ottobre, il nuovo sistema operativo di casa Microsoft ha deluso le aspettative e, a differenza dei suoi predecessori, non ha trainato la vendita di pc. Solo negli Stati Uniti le vendite hanno infatti registrato un clamoroso -21% rispetto al mese di novembre 2011 e in Europa la situazione è tutt’altro che promettente.

Stando ai dati di Gartner la vendita di pc nell’Europa occidentale ha registrato un -15% nel terzo quarto dell’anno: i dati si riferiscono ad un periodo in cui Windows 8 non aveva ancora visto la luce, ma l’andamento nelle vendite sembra essere confermato anche in questa ultima parte dell’anno. Deutsche Bank ha infatti ridimensionato le stime di vendita nel mercato pc proprio per colpa di un inizio non così spumeggiante del sistema operativo di Microsoft. Anche Topeka Capital Markets conferma l’andamento parlando di “ordini deboli” e comunque ben al di sotto delle stime previste dagli analisti. In attesa degli acquisti natalizi che potrebbero invertire l’andamento delle vendite, tutti, dai vendor agli utenti, non sembrano essere soddisfatti del nuovo sistema operativo di casa Microsoft. Le cause alla base di questo stop nelle vendite possono essere certamente molteplici, in primo luogo la crisi economica, ma è evidente che nel primo mese di disponibilità di Windows 8, le cose non sono andate come si pensava. Secondo gli analisti sarebbe anche l’interfaccia ex-Metro che potrebbe disorientare gli utenti, così come l’avvicinamento tra il mercato tablet e quello pc. In quest’ottica stupiscono ancora i dati di vendita negli Stati Uniti: a perdere maggiormente fette di mercato sono stati infatti i notebook rispetto ai pc fissi, nonostante proprio la prima categoria abbia evidenziato un numero crescente di novità negli ultimi mesi.

Intanto Microsoft ha diramato i dati di vendita nel primo mese di disponibilità del nuovo sistema operativo che si attestano sulle 40 milioni di copie. A stupire, anche in questo caso, sono le affermazioni poco autocelebrative della compagnia che non ha evidenziato se le copie vendute siano state quelle realmente arrivate agli utenti finali o se invece si tratti di quelle distribuite attraverso i circuiti di vendita. Sempre secondo la casa di produzione di Bill Gates, Windows 8 avrebbe coperto il 58% delle richieste di pc, contro l’oltre 86% registrato dalla precedente versione ad un mese dal lancio nel 2009. In quel caso però, sottolineano gli analisti, il sistema operativo andava a coprire un profondo scontento generato da Vista, un terreno spianato che sicuramente non ha trovato Windows 8 dal momento che proprio a settembre la versione Sette era il sistema operativo più utilizzato al mondo con oltre il 44% degli utenti. Non è sicuramente solo colpa di Windows 8 ma i dati non sembrano lasciare spazio ad interpretazioni: il 2012 sarà il primo anno dal 2001 in cui si assisterà alla contrazione del mercato dei pc. La crisi economica globale, abbinata ai costi maggiori dovuti all’utilizzo di schermi touch installati su numerosi tablet-pc, non ha aiutato il lancio di Windows 8. Il futuro di Microsoft, anche dopo il cambio nell’assetto dirigenziale dell’azienda, sembra essere volto al settore mobile più che alla sezione desktop ma i dati delle vendite non sembrano premiare i nuovi pc touchscreen a cui sembrano ancora prevalere o i classici tablet o le “vecchie” postazioni pc fisse.

 

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